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Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug di Peter Jackson, con Martin Freeman, Ian McKellen, Luke Evans, Cate Blanchett, Evangeline Lilly, Lee Pace, Benedict Cumberbatch, Orlando Bloom, Richard Armitage   Nuova Zelanda 2013

di Emanuele D’Aniello

Ricordate l’entusiasmo palpabile che un anno fa aveva investito praticamente ogni appassionato al momento dell’uscita nei cinema del primo Lo Hobbit? Entusiasmo, frenesia, gioia, pura e semplice goduria all’idea di rivedere un film di Peter Jackson ambientato nella Terra di Mezzo, a dieci anni di distanza dall’epico trionfo di Il Signore degli Anelli. Poi però, quasi subito, quell’entusiasmo è un pizzico scemato, se non spento quantomeno freddato, e di molto. Un Viaggio Inaspettato aveva deluso molti con i suoi difetti narrativi e di tono, presentandosi come un film drenato da ogni tematica e trasformato in una purissima avventura per i più piccoli. Per carità, fedele all’opera originale di Tolkien, ma un passo indietro rispetto al fascino di Il Signore degli Anelli. Di conseguenza, con molto aspettative necessariamente, e in un certo senso anche fortunatamente, abbassate, questo secondo film diventa già la prova del nove.

Che Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug sia migliore del primo è evidente, ma qualche maligno potrebbe anche sussurrare che, dopotutto, era un compito facile. E che questo film sia anche un perfetto capitolo centrale incastonato in una grande trilogia è altrettanto evidente. Il problema, e lo diciamo pur rischiando di sembrare un disco rotto, essendo un discorso che si fa fin dall’uscita del precedente film, è proprio l’essenza stessa di questa trilogia. Se Il Signore degli Anelli si componeva di tre film tratti da tre libri enormi, questa trilogia è tratta da un solo libro, Lo Hobbit appunto, di appena 350 pagine circa. Considerando poi che questa trasposizione non nasceva come trilogia, ma solo in sede di riprese Jackson ha deciso di trarne tre film invece dei due inizialmente programmati, l’odore dell’operazione commerciale si sente inconfondibilmente. Qualcuno potrebbe obiettare, a ragione, che oramai tutti i film, specie i franchise e i blockbuster, sono prima di tutto operazioni commerciali e poi film, ma al tempo stesso se noi pubblico siamo sia i beneficiari (quando va bene) sia le vittime (quando va male), siamo anche coloro che hanno il diritto di dire qualcosa al riguardo.

Dopotutto in questo secondo capitolo il mantra “allungare il brodo” è fin troppo evidente, anche stilisticamente. Guarda caso, tutto quello che non va sembra un estensione del primo film, tutto quello che funziona sembra una introduzione di Il Signore degli Anelli. Infatti la prima parte del film è quella che risente ancora di parecchi problemi, con passaggi narrativi poco interessanti, un ritmo poco incisivo e un umorismo davvero infantile. E i personaggi continuano a latitare: Bilbo è ottimo grazie a Martin Freeman, ma ha troppo poco il centro della scena, mentre i nani dopo due film ancora risultano esseri buffi piuttosto che autentici personaggi per cui tifare e empatizzare, e l’unico caratterizzato, Thoring Scudodiquercia, risulta addirittura antipatico. Perlomeno, la scena d’inseguimento dei barili in acqua è davvero spettacolare e ben fatta, ma il Jackson regista è da sempre indiscutibile. E’ la parte centrale forse la peggiore, anche perchè il cambio scenico stona molto: improvvisamente ci troviamo nell’Inghilterra del ‘500, anche i costumi (vedi quelli del Governatore di Pontelagolungo) cozzano non poco con l’idea del mondo della Terra di Mezzo, e sembra che Jackson voglia trasportarci in un film di pirati. L’ultima ora invece è la migliore, anzi, quella che salva il film e lo eleva. Via i canti, via gli scherzi, via l’umorismo, il film diventa paurosamente dark e accattivante. Molto si deve ad un frenetica battaglia con gli orchi, ma soprattutto all’arrivo di Smaug, reso meravigliosamente dagli effetti speciali, e dannatamente magnetico col suo modo di parlare, ragionare e incedere.

Quello che si evince da questa netta divisione stilistica del film è fin troppo semplice. La Desolazione di Smaug è un film composto da “pezzi di storia” più che da una sceneggiatura coerente vera e propria, con scene estrapolate dal primo film e altre che sarebbero dovute finire nel capitolo finale. Con molti momenti che si potevano tagliare, e tantissime scene da poter accorciare in fase montaggio, Jackson poteva realizzare un primo film più leggero, scanzonato, ma comunque divertente e avvincente (probabilmente da terminare con la scena della fuga nei barili, perchè successivamente il cambio stilistico è evidente) e un secondo film dai toni più dark perfetto per agganciarsi come ponte alla storia e ai toni di Il Signore degli Anelli. Invece, scegliendo di fare tre film, ha aggiunto molto materiale spesso poco interessante, ha dilatato i tempi e ha regalato problemi a ogni singola pellicola. Certo, poi andando a vedere il conto in banca avrà avuto ragione lui e noi assolutamente no, ma questo è un altro discorso.

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