Millenium: Uomini che Odiano le Donne (The Girl with the Dragon Tattoo) di David Fincher, con Rooney Mara, Daniel Craig, Christopher Plummer, Stellan Skarsgard. USA 2011
di Emanuele D’Aniello
Ok, forse è effettivamente presto per un nuovo adattamento dei romanzi di Stieg Larsson, considerando che i film svedesi sono usciti appena due anni fa. Certo, la moda di Hollywood di americanizzare tutto e tutti è alquanto fastidiosa in ogni contesto. Però tutto questo passa decisamente in secondo quando si è di fronte ad un gran film come questo, che tranquillamente sorpassa e migliora il mediocre film svedese.
Non esiste materiale al mondo migliore di questo per un virtuoso iper-realista come David Fincher, col senno di poi sembra quasi che Stieg Larsson abbia scritto la sua trilogia di romanzi proprio per il regista, che facendo seguire questo film a Seven e Zodiac si conferma a mani basse il miglior regista di thriller al mondo. È un film su commissione, un remake, una storia fuori dal suo mondo, e proprio qui si vede la grandezza di un autore: Fincher la prende, la rilegge, la interpreta e la entrare nel proprio mondo, nella propria visione. Fincher non è affatto interessato all’indagine al centro della trama, alla ricerca della ragazza scomparsa o alla raccolta degli indizi, ma la sua attenzione si posa sui due personaggi principali così diversi ma uguali, sulla loro dinamica e sul modo in cui combattono l’oscurità in cui vivono, impegnati in una costante ricerca per uscire fuori dal guscio. Alcuni potranno dire che però la dinamica parte troppo tardi, e in effetti il primo incontro tra i due protagonista avviene dopo un’ora e dieci minuti di film, ma tutto ha un senso: Mikael è ingaggiato per cercare Harriet, una ragazza scomparsa senza lasciare tracce da quasi 40 anni, ma in un certo senso trova la sua controparte in Lisbeth, e i due poi insieme, cercando ancora Harriet, cercano in realtà di affrontare un mondo che li ha respinti. E in questo il parallelo è ancora più forte non solo tra Lisbeth e Mikael, ma soprattutto tra Lisbeth e Harriet: due ragazze completamente estranee al mondo in cui vivono, lontane dalle persone che le circondano, così uniche da chiudersi totalmente a ogni contatto esterno, diventando vittime di uomini non particolarmente intelligenti o furbi, ma semplicemente crudeli. Il parallelo è fortissimo, perché questa è anche e soprattutto una storia di uomini che odiano le donne, e di donne che reagiscono in maniera ancora più forte. E come se reagiscono.
Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma Lisbeth Salander è il centro gravitazionale di tutto, il fulcro emotivo della storia, il vero punto d’interesse da qualsiasi prospettiva. La storia proposta da Larsson nei suoi romanzi non brilla certo di originalità o per incredibili sviluppi narrativi (e questo ha frenato l’inventiva di entrambi gli adattamento cinematografici realizzati) ma l’autore svedese ha creato con Lisbeth un personaggio trascinante, iconico per la femminilità del nuovo millennio, simbolo di intere generazioni che lottano continuamente contro se stesse. Confrontare le interpretazioni di Noomi Rapace e Rooney Mara per decidere un vincitore sarebbe stupido e inutile, ambo le prove sono convincenti ed efficaci a modo loro, ma nella diversità di approccio emergono varie sfaccettature: se la Lisbeth di Noomi Rapace era aggressiva e cattiva fin nello sguardo, un vero animale in gabbia da cui stare alla larga, la Lisbeth di Rooney Mara invece, grazie alla giovane età dell’attrice e una maggiore bellezza da non nascondere e non sottovalutare, sa essere ferocemente determinata e spaventosa, ma è soprattutto fragile e spesso in balia degli eventi: Lisbeth reagisce sempre, non prende mai l’iniziativa, e l’unica volta che lo fa rimane scottata. Proprio per questo le sue esplosioni di violenza sono ancora più scioccanti, proprio per questo il pubblico riesce ad empatizzare maggiormente con lei.
Come detto, gli unici difetti sono da imputare al materiale di partenza, e l’esperto sceneggiatore Steven Zaillian non poteva certo fare miracoli dovendo anche contenere come minutaggio (e si arriva comunque a 160 minuti di film) pagine e pagine di adattamento. I miracoli però li può fare David Fincher, che visivamente è ormai avanti almeno 10 anni rispetto a molti altri registi. La messa in scena, grazie anche ad un montaggio maniacale e alla fotografia elegante di Jeff Croneweth, coniuga perfettamente l’estetica del cinema classico di genere e la visione di quello contemporaneo, donando all’inquadratura una potenza espressiva irreale anche in scene apparentemente semplici. Fincher prosegue un percorso iniziato fin da Seven che non è solo tecnico e formale, ma anche teorico: il suo modo di rappresentare la violenza, che si ferma a pochissimi centimetri dall’esplicitazione, è crudo e spettacolare, per questo ancora più orribile nella mente dello spettatore, come il suo continuo esplorare la patologia nelle menti dei protagonisti maschili. Ci sono punti di contatto con Seven, Fight Club, Zodiac, ma paradossalmente i più forti sono col recente The Social Network per quanto riguarda la messa in scena, a cominciare dal ruolo guida che ha la colonna sonora, al tempo stesso voce narrante e tono del film, ancora una volta splendidamente firmata dalla coppia Trent Reznor-Atticus Ross (gli uomini dietro il gruppo di rock industriale Nine Inch Nails). La fantastica sequenza dei titoli di testa del film, sulle note di una cover martellante di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin, è un capolavoro senza mezzi termini, una sorta di film nel film che raffigura la natura disturbante e indomabile del carattere di Lisbeth.
Il film è l’ennesima opera degna di lode nel curriculum di un regista che raramente sbaglia una mossa, e rappresenta un fondamentale anello di congiunzione per avvicinare gli schemi del thriller classico al cinema del futuro. E questo certamente non è un merito di poco conto.


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