Oscar 2012: il commento

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di Emanuele D’Aniello

E così anche l’84esima edizione degli Academy Awards è stata consegnata agli archivi, un’altra stagione dei premi è stata consegnata agli archivi col solito carico di pareri contrastanti. Il verdetto è stato unanime, costruito da mesi e mesi, e ha chiaramente proclamato The Artist come vincitore assoluto. Da che considerazione possiamo partire per commentare gli Oscar e l’intera stagione? Semplice: The Artist potrà essere piaciuto o meno, ma a prescindere dai gusti soggettivi di ognuno il fatto che nel 2012, nell’era del 3D, della motion capture, del digitale, del rumore e del ricorso esagerato agli effetti speciali, alla fine trionfi un film europeo dal modesto budget, muto in bianco e nero, con una storia semplice, ma con almeno una storia da raccontare, è semplicemente meraviglioso, quasi emozionante, un vero atto d’amore alle radici del vero cinema.

The Artist è un film che ha unito critica e industria: sulla seconda c’erano pochi dubbi, e dopo le vittorie ai PGA e ai DGA l’affermazione agli Oscar era praticamente scontata, ma il successo anche con la critica, che di solito premia prodotti del tutto diversi è stato il vero segno della forza inarrestabile del film. Nell’ormai lontano 28 novembre la New York Film Critics ha inaugurato la stagione dei premi proclamando Miglior Film proprio The Artist, e da lì è iniziato un percorso in discesa. Il film francese ha vinto gli Oscar nelle categorie principali, ma non ha stravinto come si poteva temere, perchè il vero vincitore morale della serata è stato Hugo Cabret, che ha ottenuto ugualmente 5 statuette, tutte nel comparto tecnico, anche più del previsto. Vittorie che hanno messo in risalto la doppia natura del film: la qualità tecnica e la realizzazione scenica erano qualità oggettivamente innegabili, le migliori dell’anno, ma la debolezza e frammentarietà narrativa hanno azzerato le chance nelle categorie principali. Questi due film però hanno fatto chiaramente intendere il “mood” del cinema attuale: una forte nostalgia del passato, una forte nostalgia per il cinema delle origini, e un tributo alla nazione che il cinema lo ha visto nascere (due nominati come Hugo Cabret e Midnight in Paris sono film americani ambientati in Francia, invece The Artist è un film francese ambientato in America). Questo vuol dire che ci dobbiamo aspettare una ondata di film nostalgici? No, ma significa che il ricambio generazionale nel panorama degli autori internazionali è ormai prossimo: nell’ultimo biennio i vari Christopher Nolan, David Fincher, Darren Aronofsky, Danny Boyle, solo per citarne alcuni i più nominati, hanno realizzato opere moderne e visionarie, mentre i grandi veterani come Steven Spielberg, Woody Allen, Martin Scorsese hanno tutto guardato al passato, pur realizzando film dall’indubbio valore assoluto.

Piccola nota statistica: come accaduto ad Hugo Cabret, solo due film nella storia, partendo da 11 nominations, hanno ottenuto 5 statuette senza vincere Miglior Film: sono Salvate il Soldato Ryan e The Aviator, proprio di Scorsese, che quell’anno perse da Million Dollar Baby, ultimo film a vincere Miglior Film senza vincere il premio per la sceneggiatura, fino a quest’anno con The Artist che non ha vinto per la sceneggiatura. Ah, i casi della vita.

Per quanto riguarda gli interpreti, quasi tutti i pronostici sono stati rispettati: Jean Dujardin e Octavia Spencer hanno trovato il ruolo della vita, Christopher Plummer vede ricompensata una carriera stellare diventando a 82 anni il vincitore più anziano a ricevere un Oscar. Tre vittorie fortunatamente meritate, non c’è che dire. Per la Miglior Attrice abbiamo avuto la grande sorpresa, col sorpasso di Meryl Streep a Viola Davis:la corsa non è mai stata chiusa, considerando che le due da mesi si dividono i vari premi, ma la Davis era strafavorita sia per il peso del film, sia per l’importanza storica della sua eventuale vittoria, sia per l’indubbia qualità recitativa. Tutti scommettevano su di lei, ma mai dare per vinta una vecchia leonessa.  Meryl Streep alla 17esima nomination, dopo 14 sconfitte consecutive porta a casa il suo terzo Oscar, a 29 anni esatti dall’ultima vittoria, e pensare che allora due sue rivali come Michelle Williams e Rooney Mara ancora non erano nate fa davvero effetto. L’Academy spesso ha fatto nel passato scelte emotive oltre il merito, e sinceramente un Oscar non avrebbe cambiato la vita alla Streep ma avrebbe cambiato la carriera della Davis, ma nonostante questo come possiamo biasimare una simile scelta? Se avessi chiunque altro su Viola Davis sarebbe stato giusto gridare allo scandalo, ma qui ha vinto Meryl Streep, tuttora la miglior attrice al mondo, e nessuno può dire una parola in contrario, solo applaudire. Così come vanno applauditi i vincitori per le sceneggiature: Alexander Payne al secondo Oscar per un adattamento, e Woody Allen al terzo Oscar (il suo quarto totale) per una sceneggiatura originale, record assoluto nella categoria.

Ma veniamo alla cerimonia vera e propria, come ogni anno ricca di pro e contro. Tra gli aspetti più positivi sicuramente la durata (ha sforato sulla programmazione di appena 3 minuti) e il ritmo, privo di momenti morti e con discorsi brevi soprattutto nella prima parte. L’esibizione del Cirque du Soleil è stata indubbiamente spettacolare, ma leggermente fuori luogo, non avendo giunto nulla alla cerimonia. La note dolente che più risalta è purtroppo la conduzione di Billy Crystal: lui è ancora simpatico e sempre bravo, ma ormai la sua comicità è abbastanza stantia, le battute divertimenti che ha detto si contano sulle dita di una mano, e il segmento iniziale è stato visto e rivisto in tutte le salse. L’Academy comunque con lui è voluta andare al sicuro non si può biasimarla più di tanto, dopo il flop dello scorso anno con la coppia James Franco/Anne Hathaway e il controverso di pochi mesi fa del produttore Brett Ratner e del conduttore designato Eddie Murphy. Per fortuna si è riso molto con alcuni presentatori, ad esempio Chris Rock, la coppia folle Will Ferrel-Zack Galifianakis, con tutto il cast di Le Amiche della Sposa, e soprattutto con Ben Stiller e Emma Stone, quest’ultima sempre più brava, divertente, con delle espressioni semplicemente esilaranti. Sul web già sono in molti a volerla in considerazione per la conduzione del prossimo anno, ma sarebbe meglio non correre troppo ricordando l’esperimento fallito dello scorso anno. I discorsi di ringraziamento sono stati tutti belli, emozionanti e in alcuni casi toccanti, come ovviamente nel caso di Octavia Spencer. Da ricordare anche quello di Christopher Plummer, di Meryl Streep, di Asghard Farhadi che ha lanciato un messaggio di pace molto importante per la società iraniana, e quello dei nostri Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, che con loro inglese traballante hanno dedicato il premio all’Italia sul palco. In tempo di vacche magre per il nostro cinema nel mondo, ci accontentiamo di poco.

In definitiva, la stagione dei premi si chiude con un vincitore che nessuno lo scorso anno a questo punto poteva minimamente immaginare, e soprattutto con molti importanti e ottimi film. Qualcuno avrà gioito, qualcun altro sarà rimasto deluso, ma la chiave di lettura per non prendere troppo sul serio la situazione è ricordarsi di un fatto fondamentale: gli Oscar NON sono i premi più importanti nel mondo del cinema, ma solo i più prestigiosi, per la storia e la tradizione creata attorno a quelle statuette, per la grandissima capacità dell’industria cinematografica americana di pubblicizzarsi, vendersi e autocelebrarsi, e per l’abilità di porsi come ultima data del calendario nella stagione dei premi, trasformando indirettamente tutto quello che c’è prima in un percorso di preparazione. Noi semplicemente da spettatori ci divertiamo e così continueremo a fare, sapendo che ci sono altri modi per valutare davvero i “migliori film”.

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