Snowpiercer di Bong Joon-ho, con Chris Evans, Song Kang-ho, Tilda Swinton, Octavia Spencer, John Hurt, Jamie Bell, Ed Harris Sud Corea/USA 2013
di Emanuele D’Aniello
Anche se ovviamente il grande pubblico non lo sa, di Snowpiercer si è parlato fin troppo negli ultimi mesi, tanto da creare un’attesa quasi spasmodica. Se e è parlato per l’esordio in lingua inglese del regista sudcoreano Bong Joon-ho, che con i suoi film precedenti si è creato un bel cult following, se ne è parlato per le controversie con i produttori e i tagli fatti alla pellicola senza il consenso del regista, contro cui si sono schierati tutti gli attori del cast (ma tranquilli, la versione nei cinema italiani è quella integra e originale) e per il genere affrontato, quel filone distopico che regala sempre grandi storie e forti raffronti con l’attualità sociale. Forse però al film avrebbero giovato meno chiacchiere e più sostanza.
L’idea di partenza, indubbiamente, è molto affascinante. In un mondo post-apocalittico distrutto da una nuova era glaciale causata dalle imperizie degli uomini, gli ultimi sopravvissuti vivono da 17 anni in un treno gigantesco che non si ferma, suddivisi in scompartimenti che rispecchiano le classi sociali: i poveri sono nella coda, i più ricchi nella testa del treno. Ovviamente questa forzata divisione e le condizioni atroci in cui vivono i più poveri, a dispetto degli opulenti consumi dei più ricchi, scatena una rivolta a dir poco devastante. Sicuramente in questa premessa c’è già tutto ciò che può attrarre: una trama affascinante, un’idea originale, una chiara allegoria sociale che può dar vita ad un ampio discorso sulla realtà in cui viviamo. Il problema è che Snowpiercer abbandona fin da subito ogni pretesa di dramma con discorsi socio-politici profondi per diventare un sci-fi d’azione. In poche parole, applica lo stesso percorso d’involuzione fatto la scorsa estate da Elysium, con la premessa sociale accantonata a favore dell’intrattenimento. Però, a differenza del film di Blomkamp, questo film di Bong abbraccia tale scelta con maggiore consapevolezza tematica e visiva, figlia del più tipico cinema di genere asiatico: il tono è molto più dark, la violenza è molto più forte, grafica, importante, i personaggi e le loro dinamiche sono più approfonditi, gli effetti speciali sono secondari.
Le finalità commerciali di Bong, considerando anche l’investimento fatto (è il film sudcoreano più costoso di sempre), sono legittime e ben applicate. Il film diverte, appassiona e regala grossi momenti ai fans del genere. Visto come film di fantascienza e azione Snowpiercer è assolutamente riuscito, ben fatto e più intelligente dei film che solitamente vediamo su temi simili, molto dinamico pur considerando gli spazi claustrofobici di cui si serve. Ma è fuor di dubbio che un bel po’ di amaro in bocca il film la lascia: il treno di Bong è un microcosmo di razze e classi sociali alquanto prevedibile e semplicistico, in cui le riflessioni sono appena abbozzate e i veri problemi sociali lasciati sullo sfondo. Certo, non aiuta nemmeno il fatto che a fare i pochi veri discorsi importanti del film sia Chris Evans, che con tutto l’impegno del mondo non sarà mai un grande attore, mentre i migliori del cast sono sicuramente una istrionica Tilda Swinton e l’enigmatico Song Kang-ho.
Chi vuol vedere un forte prodotto di genere, ben fatto e ben pensato, sicura con Snowpiercer trova pane per i suoi denti. Ma chi si aspetta anche serie riflessioni distopiche che hanno eco nel mondo contemporaneo, abbia chiaro che Brazil e Blade Runner sono ancora di un altro livello.


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