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The Butler di Lee Daniels, con Forest Whitaker, Oprah Winfrey, David Oyelowo, Cuba Gooding Jr, Lenny Kravitz, Yaya Alafia, Terence Howard   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Esistono certi film che, paradossalmente, mostrano benissimo i limiti stessi del cinema. The Butler, pur non volendo, quei limiti li mostra tutti. Dopotutto è praticamente impensabile raccontare 80 anni di storia americana, e sperare pure di approfondirla, in appena 2 ore di film, quando ci vorrebbe come minimo una mini-serie tv per raggiungere un tale scopo. E con tutti gli eventi da raccontare e i personaggi da mostrare, diventa anche impossibile capire cosa può significare l’incredibile vita di un uomo di colore che ha visto da bambino il padre ucciso nei campi di cotone e poi da anziano ha potuto votare e contribuire all’elezione del primo presidente nero.

Il film di Lee Daniels adatta liberamente la vera storia di Eugene Allen, qui chiamato Cecile Gaines, celebre maggiordomo della Casa Bianca che ha servito ben 8 presidenti negli anni più cruciali della storia americana. Le libertà che il film si prende, come detto, sono tantissime, a cominciare dal disegnare il figlio di Gaines come attivista politico, creazione utile per scavare un solco nella relazione tra padre e figlio e mostrare i due attraversare, da lati opposti, la medesima storia, quella con la S maiuscola. Questo onnicomprensivo “approccio alla Forrest Gump” è alquanto deleterio, perchè ad una storia già incredibilmente densa e affascinante, quella appunto che si svolge alla Casa Bianca, il film aggiunge pure lo sviluppo del movimento politico nero in anni caldissimi, diventando una specie di bignami della storia della lotta per i diritti civili. Un bignami appunto sfogliato nel corso di due ore che finisce per non raccontare niente, non approfondendo mai un solo argomento, un solo episodio, un solo momento, un solo rapporto, e prestando il fianco alla super-semplificazione dei temi trattati, affogati oltretutto, tra musica edulcorata e fotografia iper-smarmellata, in un mare di retorica.

Per quanto il rapporto tra padre e figlio sia tra i momenti migliori, è fuor di dubbio che avrebbe giovato al film dedicarsi solo ad un aspetto, proprio quello della storia vera, che spesso e volentieri supera la finzione e la più fervida immaginazione. The Butleravrebbe potuto essere un’ottima analisi del dietro le quinte della politica americana, mostrando lo sviluppo della storia dall’interno della Casa Bianca, e facendoci vedere le reazioni di un uomo e maggiordomo che al tempo stesso subisce quelle decisioni nella vita sociale di tutti i giorni. La sceneggiatura di Danny Strong e la regia di Lee Daniels annullano e annacquano tutto il potenziale del racconto, distruggendo il fascino delle scene alla Casa Bianca, che praticamente diventa solo una sfilata di camei più o meno riusciti (ancora devo capire a chi è venuta in mente l’idea di chiamare John Cusack per interpretare Nixon) e dipingendo come macchiette e stereotipi i vari presidenti.  Perlomeno, in un film corale come questo, la recitazione è la vera punta di diamante. Il ruolo più premiato al momento è quello di Oprah Winfrey, ma la famosa personalità tv americana, per quanto molto brava, basa tutto sul carisma più che sul talento vero. Notevolissima è invece la performance di David Oyelowo, che recita con grande passione ed energia, e naturalmente quella di Forest Whitaker, assolutamente perfetta, molto emotiva e straziante soprattutto nelle scene finali, con una convincente metamorfosi da anziano grazie anche ad un ottimo trucco.

The Butler è un film che letteralmente strappa le lacrime più che provocarle, indulgente e fin troppo buonista. Altri film hanno trattato in maniera molto più acuta, incisiva e efficace la storia dei diritti civili, e anche l’incredibile storia di Cecile Gaines/ Eugene Allen avrebbe meritato ben altro trattamento.

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