To Rome With Love di Woody Allen, con Woody Allen, Jesse Eisenberg, Alec Baaldwin, Ellen Page, Roberto Benigni, Penelope Cruz, Judy Davis, Greta Gerwig, Alessandro Tiberi, Alessandra Mastronardi, Antonio Albanese, Flavio Parenti, Alison Pill. USA/Italia 2012.
di Emanuele D’Aniello
Ma davvero Roma è così gialla? Questa è la domanda che mi sono posto appena finita la visione del 41esimo film di Woody Allen, il primo girato interamente nella Città Eterna. Questa è la domanda che mi sono posto, una semplice domanda perchè dopotutto il film non cambierà certo la storia del cinema. E’ un bene o un male? Sicuramente è un Allen nella media, lontano dai suoi voli più alti ma nemmeno tra i più bassi, lascia il sorriso, il divertimento e non ti fa imprecare contro il prezzo dei biglietti del cinema al giorno d’oggi.
Per tornare alla domanda iniziale, probabilmente Roma non è così gialla come la fotografia del film vuole farci credere, non tutti gli italiani sanno scassinare un lucchetto o amano la lirica, non ci vestiamo in modo così antico e non abbiamo macchine così vecchie parcheggiate a Trastevere, e la musica del mandolino non c’è più nemmeno a Napoli. Ma allo stesso modo Barcelona non è solo cibo e le Ramblas, così come Parigi non è solo artisti di strada e musica di fisarmonica. In poche parole, non ci dobbiamo irritare più di tanto per come Roma è stata dipinta perchè Allen nel suo recente tour europeo gli stereotipi li ha usati sempre e per tutti, ma li usa come sua visione ideale, come atmosfera per le storie, anzi spesso e volentieri questi stereotipi sono filtrati attraverso gli occhi dei protagonisti americani in visita nelle già citate città europee, come a voler dire che invece gli ignoranti sono gli americani di fronte alla sterminata cultura del Vecchio Continente. Quello che Allen vuole creare è un vero e proprio “mood” che si riflette poi sui personaggi e sulle storie. Certo, lo scorso anno Parigi era un vero co-protagonista del film di Allen, mentre in questo caso Roma, come era stata Barcelona nel film di 4 anni fa, è un semplice contorno, uno sfondo bello e affascinante ma pur sempre sfondo rimane. Quindi, se vi aspettate una critica ai nostri costumi o ai nostri governanti avete sbagliato prodotto, Allen racconta storie e a lui va bene così. Che poi ci riesca o meno, questo è tutto da vedere. Nella sua tappa italiana i risultati sono alterni più che altrove a causa della struttura ad episodi del film, una tecnica che Allen non utilizzava da diverso tempo. Due episodi americani e due italiani, andiamo ad analizzarli nel dettaglio.
Nel primo episodio Woody Allen (che finalmente dopo 6 anni torna a rivestire i panni dell’attore) e Judy Davis, lui produttore musicale in pensione e lei analista, sono una coppia in viaggio a Roma per conoscere i futuri consuoceri, dato che la figlia ha deciso di sposare un italiano: il padre del ragazzo, impresario di pompe funebri, è un tenore naturale di straordinario talento, ma solo quando canta sotto la doccia. Da questo piccolo e assurdo spunto nascono una infinità di situazioni comiche, in cui Allen può sfogare tutta la sua comicità verbale e le battute più fulminanti del film.
L’episodio ingrana col tempo, il divertimento cresce minuto dopo minuto, e la cosa che più funziona è la chimica recitativa e i dialoghi cerebrali tra Allen stesso e Judy Davis, una delle sue attrici preferite ad inizio anni ’90, immeritatamente sparita negli ultimi tempi. La cosa che funziona meno, ma questa non è naturalmente una colpa qualitativa del film, è il doppiaggio che annienta ogni differenza culturale e linguistica (rimanendo in tema, assolutamente promossa la prova di Leo Gullotta come nuova voce di Allen in sostituzione dello scomparso Oreste Lionello). L’altro episodio americano, probabilmente il miglior segmento del film, è quello che vede Jesse Eisenberg, giovane architetto che vive a Trastevere, innamorarsi dell’attrice interpretata da Ellen Page, amica della fidanzata, mentre Alec Baldwin gli fa da mentore, per poi rivelarsi come una figura molto particolare che ovviamente ora non sveliamo. Il punto forte del segmento è il casting perfetto: Ellen Page, Alec Baldwin e soprattutto Jesse Eisenberg sembrano nati per recitare quei ruoli e trovarsi in quelle situazioni. Qui c’è Allen al 100% quando racconta l’innamoramento surreale dei suoi personaggi, con i dialoghi colti e intelligenti, e le concessioni alla comicità più astratta che fanno venire in mente i film del passato.
I restanti due episodi sono girati interamente in italiano. Iniziamo da quello con protagonista Roberto Benigni, un uomo che diventa immotivatamente e improvvisamente famoso, e deve fare i conti con l’ingresso della fama nella sua vita. Il segmento si regge interamente sulle spalle di Benigni, tutto gravita intorno a lui e in sua funzione. E soprattutto, c’è il Benigni che non ti aspetti: a parte una piccola parentesi nel finale, quando urlando si cala i pantaloni in mezzo a Via Veneto, l’attore toscano recita in maniera del tutto misurata, fa un lavoro di sottrazione, e più che sfogare la sua notoria energia e gestualità lavora con le espressioni, con gli sguardi stralunati, con un lavoro a tratti da cinema muto, e funziona. Regge anche la tematica della storia, la vacuità della fama figlia più dell’umore dei tempi che di meriti reali. Il finale del segmento, amarissimo, è una verità attuale nel mondo d’oggi, un piccolo velo di tristezza in un film dal tono complessivamente leggero. L’ultimo episodio vede una coppia di sposini di Pordenone in vacanza a Roma: i due finiranno per perdersi di vista, lui incontrerà una perturbante prostituta, lei invece una vanitosa stella del cinema. Purtroppo il segmento non convince, non regge, anzi per dirla tutta è abbastanza brutto, ed è un peccato essendo l’unico vero segmento del film che omaggia la città e il cinema italiano. Passi la Cruz, bravissima a recitare in italiano, che qualche battuta simpatica la dice pure, ma il resto è un misto tra imbarazzanti intrecci e interpretazioni da fiction comica di basso livello, senza contare il casting selvaggio (con volti noti italiani che sbucano dal nulla e spariscono in un amen solo per poter apparire in un film dell’autore newyorkese) e Allen che perde il controllo della storia come i due sposini si perdono tra i vicoli di Roma.
La discontinuità del film emerge proprio nella natura ad episodi della storia che finisce per penalizzare i momenti più riusciti: per fare qualche esempio, abbiamo detto che Benigni funziona, ma pensiamo a cosa avrebbe potuto fare con un minutaggio e spazio maggiore. Lo stesso vale per il segmento con Eisenberg e la Page, che se fosse stato un film solo ed intero ambientato a Roma avrebbe avuto più fortuna. E in quel segmento le pochissime scene di Greta Gerwig, una delle attrici più brave dell’attuale panorama indipendente americano, sono a dir poco sprecate. E’ un film in cui c’è poco e molto allo stesso tempo. C’è molto soprattutto per un fan del regista, che può facilmente perdersi nel gioco dei rimandi e delle citazioni: il segmento di Benigni può ricordare il sottovalutato Celebrity, mentre alcuni momenti con l’esilarante e folle invadenza dei giornalisti possono ricordare addirittura Il Dittatore dello Stato Libero di Bananas; il ruolo di Alec Baldwin se lo vediamo come coro greco all’azione può ricordareLa Dea dell’Amore, altrimenti come mentore ectoplasmatico fa venire in mente il Bogart di Provaci Ancora Sam; il personaggio indipendente e ammaliante di Ellen Page può ricordare la Diane Keaton di Manhattannella sua instabilità, mentre l’intero sviluppo nel segmento degli sposini, per non arrivare con la mente fino a Lo Sceicco Bianco di Fellini, fa ricordare La Rosa Purpurea del Cairo. Insomma, i detrattori di Allen che lamentano la ripetitività del regista hanno materiale per le loro tesi, ma in realtà questi sono i temi cari al cinema di Woody Allen e meglio di lui non li sviluppa nessuno.
Però anche in un film così diseguale e sconnesso, così leggero, con trovate comiche che fanno venire in mente addirittura i film più divertenti del regista degli anni 70, ritroviamo un filo conduttore nel cinema di Allen molto forte che purtroppo si perde nel mare di battute: l’incombenza della morte e la necessità di vivere il presente. Woody Allen lo ricorda ad ogni conferenza stampa, realizza un film l’anno per restare sempre impegnato e non essere costretto a stare fermo a pensare ai mali del mondi e all’inevitabile. Lo vediamo nel film, Allen interpreta un impresario musicale che anche in pensione lavora e scova talenti, non riesce a smettere di lavorare per sentirti vivo. Questo passaggio decadente lo avevamo già scovato negli ultimissimi film: prima era Basta che Funzioni il film e il motto decisivo, la necessità di aggrapparsi a qualsiasi appiglio di felicità nel presente perchè consapevoli che non c’è futuro; poi, in maniera ancora più caustica, è il momento delle illusioni, in Incontrerai l’Uomo dei Tuoi Sogni c’è la necessità, se non si riesce nemmeno ad accettare una felicità transitoria, di crearla dal nulla una felicità seppur vana e finta; poi inMidnight in Paris la consapevolezza amara ma sincera che non ha senso essere nostalgici, perchè vivere il presente pur con tutti i suoi problemi è l’unica soluzione. Ora nella tappa romana tutti vivono a modo loro questa situazione esistenziale: il personaggio di Benigni è vittima del presente, il personaggio di Ellen Page addirittura sfrutta il presente a suo piacimento, i due sposini pur di essere sereni cedono alle prime tentazioni che si trovano di fronte, mentre tutti seguono la via del facile edonismo. E forse non è nemmeno un caso che il pessimismo cosmico di Allen esploda a Roma, una città fatta di rovine, decadente più che immutabile, immobile più che eterna.
Se però non ci vogliamo porre troppe domande, ci possiamo pur sempre accontentare delle battute spassose e dei dialoghi fulminanti che il cinema di Allen regala sempre, anche nei suoi lavori meno riusciti, perchè il regista newyorkese magari inciampa ma non cade, nemmeno in questa trasferta italiana. E se a noi questo sta bene, allora forse si, davvero Roma può apparire così gialla.


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