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To The Wonder di Terrence Malick, con Olga Kurylenko, Ben Affleck, Javier Bardem, Rachel McAdams.   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Per parlarne davvero bene, To The Wonder andrebbe visto soltanto come il nuovo dono che Terrence Malick ha voluto fare al mondo del cinema: reticente e molto riflessivo, in quaranta anni esatti di carriera il regista arriva solo adesso al suo sesto film, e lo dobbiamo ringraziare per averci fatto attendere soltanto due anni dal lavoro precedente, la pausa più breve tra una sua pellicola e l’altra. Ma visto come deve essere ovviamente valutato, cioè come pura opera cinematografica, To The Wonder appare purtroppo come il film che farebbero gli imitatori di Malick se volessero prenderlo in giro o fare una parodia dei suoi film. In poche parole, se il precedente The Tree of Life racchiudeva al meglio tutta l’estetica e la poetica del regista, questo To The Wonder rappresenta i lati estremi e più indigeribili.

Precisiamo, siamo sempre in presenza di Terence Malick, vale a dire il livello è più di alto di buona parte degli autori contemporanei, in ogni sua inquadratura c’è più sincerità, amore, purezza, bellezza che nella maggior parte dei film attuali. Anche e soprattutto per questo quando c’è una caduta fa più rumore. Ma To The Wonder è davvero una caduta? Si e no. No, perchè come sempre le opere di Malick rimangono stampate negli occhi e nell’animo degli spettatori, sono esperienze sensoriali che nessuno come lui sa creare, film che vanno respirati e inalati più che osservati. La fotografia di Lubezki è ancora una volta splendida, magnifica, da mozzare il fiato e far finire gli aggettivi. La bravura del regista di immergere nei sentimenti viscerali e più puri è senza eguali. Si, perchè come detto in partenza questo è un film estremo, in cui tutti gli elementi canonici del cinema malickiano (narrazione non lineare e secondaria, il richiamo alla natura, personaggi privi di una vera tridimensionalità, voce fuori campo, sentimenti puri, caratteri arcaici e ingenui) qui sono presi, centrifugati e moltiplicati all’ennesima potenza. Raramente i film di Malick sono inquadrati in un genere preciso, per questo spesso vengono definiti comodamente sperimentali. In tal senso, potremmo definire To The Wonder quasi come un’opera di avanguardia. E’ come se il regista si fosse stancato di ogni orpello narrativo formale (ad iniziare dalla sceneggiatura, che qui non c’è, ogni scena è frutto di semplici direttive e poi della capacità d’improvvisazione degli attori) e avesse definitivamente trasformato il proprio stile in una poema visuale e concettuale.

Certo, gli argomenti esposti nel film si prestano anche ad un simile trattamento. L’amore in ogni sua forma, romantico e sentimentale tra due persone, ma anche quello metafisico e religioso. Temi grandi, scottanti, difficili, che rischiano sempre di far passare Malick come pretenzioso agli occhi di chi non lo conosce. Il problema di To The Wonder è appunto un linguaggio esasperato, uno stile che si fa quasi maniera, la ripetizione di concetti che alla lunga diventano retorici, con la voce fuori campo onnipresente che sovrasta gli attori (e quando non si scelgono nemmeno i più espressivi sulla piazza, tipo Ben Affleck, gli fai fare soltanto la figura delle belle statuine che guardano punti a caso e sembrano passare senza motivo sullo schermo) e costanti inquadrature di acqua, campi, e ragazze che giocano e saltellano. In particolar modo i personaggi femminili del cinema di Malick sono da sempre quelli più belli, ingenui, quasi privi di sovrastruttura, ritratti della vera purezza, ma qui sono semplicemente vuoti, a tratti irritanti. Inoltre, per quanto un filo conduttore si possa trovare, il personaggio del prete interpretato da Javier Bardem sembra davvero messo lì a caso, e la sua parte non riesce mai ad inserirsi con efficacia nel contesto del film.

Uno dei motivi di questa estremizzazione narrativa può essere anche ricercato nella storia stessa di Malick, infatti questo To The Wonderè davvero il film più personale nella carriera del regista. Il regista si trasferì e vissein Francia negli anni ’80, sposò una donna francese, ma una volta tornato in America divorziò e risposò una sua fidanzata dei tempi del liceo. Le vicende del film sono a dir poco simili. Non è mai facile per un regista gestire gli aspetti autobiografici nei propri film, figuriamoci per una figura così timida e riservata come Malick, inoltre per la prima volta alle prese con un film ambientato interamente ai giorni nostri. Come supposizione e valutazione è sicuramente un azzardo, ma non mi stupirei se Malick, quasi spaventato dalla mole di vita vera messa nel film, abbia voluto proprio per questo mettere in secondo piano la narrazione. Cosa ne esce fuori quindi? Una meravigliosa poesia visiva, una fantastica sinfonia di immagini e colori, ma purtroppo priva delle emozioni basilari e delle sensazioni viscerali che gli altri film di Malick hanno saputo infondere. Le emozioni nel film ci sono, i grandi temi anche, semplicemente Malick troppo preso dall’inquadrare la natura non è riuscito a farle uscire dallo schermo.

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