Ah, l’occhio dei registi non americani sull’America. Dovrebbe esistere davvero un genere sui film realizzati da voci non americane sulle idiosincrasie degli Stati Uniti, perché sono proprio quegli occhi esterni, oltre ad una sensibilità per forza di cose particolarissima e diversissima dal solito, a tirar fuori le tematiche più interessanti e le riflessioni più audaci. Certo, se poi quegli occhi sono di Kristoffer Borgli, che del sarcasmo e del grottesco estremo ha fatto cifra stilistica, tutto si compone perfettamente.

E infatti The Drama è l’ennesima azzeccatissima analisi su quello che non va nella nostra società, stavolta dentro un contesto puramente americano. E se il suo bellissimo film precedente Dream Scenario era solo in superficie un film sulla cancel culture, usata metaforicamente come pretesto per esplorare altro, stavolta invece questo film parte da una premessa diversa per andare proprio a parere sugli estremi intimi e personali della cancel culture.

Dopotutto, la domanda è di base molto semplice: rimarreste con una persona, sia essa una relazione o una amicizia, che ha fatto una cosa orribile secondo tutti i parametri con cui viviamo? E se la risposta fosse positiva, come si fa a vivere con una persona che da tutti gli altri, conoscenti e non, è stata marginalizzata e socialmente eliminata? Da qui The Drama parte per andare poi a vedere né le cause né le conseguenze, ma come si possa semplicemente vivere con tali fardelli.

E quello che Borgli apre è un vaso di Pandora senza fondo delle ipocrisie contemporanee, prettamente americane ma poi, di riflesso, del nostro mondo intero. Cerco di non rivelare troppo per chi non ha visto il film, ma anticipo un qualcosa che già è estremamente significativo: per esempio, quando si parla del problema delle stragi armate, quello che Borgli mette in mostra non è tanto una visione sul possesso delle armi e sul poco controllo delle scuole, quanto una fascinazione verso la cultura delle armi che purtroppo esiste. Il personaggio che ne è “vittima” non è un pazzo o un qualcuno che intenzionalmente pensa all’omicidio, ma una persona problematica che trova risoluzione ai propri demoni nel rendersi cool con le armi. Questa è una sottile ma decisiva linea che fa tutte la differenza del mondo.

E tutte queste ipocrisie Borgli poi le cucina con la sua dose di folle ironia, di grottesco che almeno nel cinema contemporaneo ha pochi pari (ed è tipicamente scandinava), di cura nei dettagli che possono essere sia nella scrittura – il tono, figlio dello scenario newyorkese, sembra quello di un film di Woody Allen totalmente perverso e salace – sia nella costruzione estetica, con un montaggio fatto di tagli e sovrapposizione temporali tali da creare un ritmo sostenuto. E in tutto questo diventa persino più facile recitare: lo stile nevrotico di Robert Pattinson è perfettamente in sincrono col registro del film, e Zendaya è libera di interiorizzare il proprio personaggio senza essere costretta a puntare sulle monoespressioni che spesso la caratterizzano in altri film.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che le allusioni e le metafore di The Drama sono spesso spiattellate in immagini chiare e fin troppo sottolineanti per gli spettatori. Ma, d’altro canto, è proprio quello che Borgli vuole fare, non nascondere nulla del percorso emotivo dei personaggi per traslarlo negli interrogativi che lo spettatore deve porsi. Infatti non c’è finale triste o finale lieto: c’è in fila che ognuno di noi sceglie in base al viaggio che si è fatto nei problemi che il film pone.

 

 

 

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