Nel momento in cui Raul, il regista/sceneggiatore protagonista di Amarga Navidad, finisce il suo nuovo copione, sente che in realtà il finale non lo convince, ed esclama “manca qualcosa”: è un momento fortemente rivelatore sul cinema di Almodovar stesso, perché a quel punto il suo Raul, invece di tornare indietro ed approfondire certi passaggi o personaggi, decide di andare avanti, aggiungere, sommare, accumulare fatti e momenti invece di dargli semplicemente maggiore respiro. Il cinema di Almodovar è da sempre un cinema di accumulo, un cinema figlio del melodramma che accumula fatti, episodi, situazioni e tragedie a più non posso.

Fondamentalmente, questo è il modo sbagliato di fare cinema. Ma il punto è esattamente questo: Amarga Navidad è un film sul modo sbagliato di fare cinema.

E qui Almodovar segue proprio la lezione di uno dei suoi miti a cui tantissime volte si è ispirato, ovvero Douglas Sirk. Il regista tedesco trapiantato negli Stati Uniti era il re incontrastato dell’accumulo fino al parossismo, ma il suo era un disegno voluto, pienamente consapevole e pienamente parodistico. Se da tanti anni Almodovar ha imitato Sirk soprattutto nella resa estetica e nella costruzione degli schemi del melodramma, qui lo imita nella piena coscienza di costruire qualcosa di finto, qualcosa di inesistente e per questo anche leggerissimo.

Quest’ultima cosa potrebbe rappresentare un difetto, chiaramente. Da quando Almodovar è entrato nella seconda fase della propria carriera, quella dei puri melodrammi, i suoi film hanno sempre puntato sull’impatto emotivo, sul riuscire a essere struggenti pur all’interno di una trama spesso esagerata. Amarga Navidad, invece, non ha assolutamente alcunché di struggente: costruito come film nel film – Raul è un regista in crisi che cerca ispirazione dalla propria vita per scrivere un nuovo film, e noi vediamo quel copione realizzarsi davanti ai nostri occhi – la nuova opera di Almodovar è fin da subito distaccata perché non cerca nemmeno di aggredire emotivamente lo spettatore. Via i rossi pieni e i colori accesi di costumi e scenografie, via le emozioni travolgenti, via i personaggi caotici, quello che Almodovar presenta è praticamente pagina 1 dei manuali di melodramma.

Lo fa apposta, sia chiaro. Sicuramente è un atteggiamento sadico quello di volerci propinare volontariamente un film minore, ma al tempo stesso è anche una sincerissima ammissione di resa e difficoltà quella che Almodovar mette in mostra, una riflessione con i propri spettatori che pochissimi possono permettersi e avrebbero il coraggio di affrontare. La vera introspezione di Amarga Navidad è, la più ovvia, quella per cui Raul diventa Almodovar stesso, un regista in difficoltà, un autore in crisi, un artista che ha già detto tutto in carriera e che sa benissimo come il suo meglio sia alle spalle e non potrà più eguagliarlo o superarlo. Da quando lo spagnolo è entrato in una terza fase della carriera, che ha segnato il passaggio dal melodramma al filone autobiografico, mettersi a nudo è diventato sia un gioco sia una necessità. E in un certo senso Amarga Navidad è davvero l’esplosione di tutto, l’accumulo alla Sirk definitivo e insuperabile: la realizzazione volontaria di un film minore come forma di terapia col pubblico, la strutturazione esasperata della trama senza puntare all’emozione ma solo alla schematizzazione, il gioco che diventa esso stesso strumento di empatia.

Almodovar ci dice che è vecchio, che è in crisi, che ormai ha pochissimo di originale da dire, che rischia di vivere solo di prestigio e cedere agli streaming, che è prigioniero del suo stesso successo e della sua stessa figura e del mantenimento della fama. Almodovar è arrivato in quella fase della carriera, della vita forse, in cui non sa più cosa dire, ma per sua fortuna lo sa ancora fare benissimo.

 

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