Può sembrare banale, ma è anche la premessa più giusta per valutare un horror, ovvero sapere se il film fa effettivamente paura: e la risposta è sì, Backrooms fa assolutamente paura.
Non è però una paura scontata quella che il film fa scaturire. Potrebbe approfittare delle sue enormi scenografie liminali per puntare sui soli jump scares, e quelli ovviamente ci sono perché altrimenti che film di genere sarebbe. Eppure i jump scares sono solo un elemento di contorno e fortunatamente non sono la fonte primaria del fattore paura. D’altro canto, non è solo una paura interiore, psicologica quella di Backrooms, perché definirlo un horror psicologico sarebbe al tempo riduttivo. Siamo di fronte, infatti, ad un horror che propone una paura razionale e irrazionale allo stesso tempo, parla al nostro inconscio e al nostro cervello in egual modo, mentre riesce anche a costruire una fitta rete di intriganti misteri, senza dargli fortunatamente risposta, a creare fin da subito un universo di immagini e significati da espandere nei sequel senza che siano per forza necessari, ma comunque già pronti vedendo lo sviluppo di trama, e piantando nel frattempo anche una sana metafora tematica di fondo.
Insomma, Backrooms è sì un grande horror, ma è soprattutto un film completo e pienamente riuscito.
Questo va detto a chiare lettere perché per questo film ci potrebbero essere chissà quanti stigma, non solo per il genere se non se ne è amanti, ma anche per l’origine. Parliamo di un film creato da un regista di 20 anni (sì, 20 anni!?) che non nasce nel cinema ma proviene da youtube (sì, uno youtuber!?). Queste premesse non devono portare precocemente ad analisi drammatiche – “il cinema in mano agli youtuber è morto!” -, né tantomeno a manifestazioni di entusiasmo – “il cinema del futuro della Gen Z ci salva dal vecchiume!” -, semplicemente devono servire ad analizzare quello che vediamo. Il regista Kane Parsons ha capito perfettamente la lezione di come realizzare un vero film, per non sbagliare ha mostrato prima di tutto umiltà ed è andato sui binari sicuri di una sceneggiatura semplice e chiara, infatti anche ad una prima visione si notano subito i tre atti classici ben divisi e strutturati, contornati persino da prologo e epilogo. Solo a quel punto Parsons ha lasciato che la sua mano prendesse la direzione delle storie figlie dei forum web da cui le leggende metropolitane delle backrooms derivano, puntando pochissimo sullo sviluppo di eventi e personaggi (volutamente non approfonditi, senza presente o caratterizzazioni, ma tutti ancorati soltanto ai traumi personali del loro ipotetico passato) e tutto invece sui misteri e sulle atmosfere inquietanti. E quando quell’atmosfera perfetta riesce a mangiarsi il film, il nostro regista ventenne può addirittura prendere le sembianze di un vero autore.
Parsons infatti, per la provenienza che abbiamo appurato, è colui che può intendere e costruire meglio di chiunque altro quello che è, fondamentalmente, il sottotesto di questo film. Un concetto che deriva da internet fatto di stanze vuote, labirinti infiniti da cui è difficile scappare anche perché la curiosità porta a continuare un cammino pieno di immagini inquietanti e talvolta figure mostruose, corridoi insensati in cui perdersi e magari ritrovarsi usciti in peggio: non è, se ci fate caso per bene, la rappresentazione metaforica di internet stesso? Non è proprio la descrizione dei forum web, del mondo dei commenti sul web, dei social contemporanei, del reticolo di mostri e odio e polarizzazioni e radicalizzazioni che è diventato internet oggi?
E allora è qui che Backrooms fa il suo scatto, perché diventa in realtà un angosciante horror sul presente, sugli spazi infiniti in cui cadiamo volontariamente, sui mostri che vivono con noi ogni giorno, sugli incubi del presente. E che ce lo debba sottolineare un ragazzo di 20 anni è al tempo stesso allarmante e ottimista. Per fortuna, nel frattempo, su questi incubi sa anche costruirci del gran cinema.


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