Boyhood di Richard Linklater, con Ellar Coltrane, Ethan Hawke, Patricia Arquette, Lorelai Linklater, Marco Perella USA 2014
di Emanuele D’Aniello
Si, Boyhood è proprio quel film di cui tanto avete sentito parlare ultimamente. Il motivo ormai lo sanno un po’ tutti: il film è stato girato nell’arco di 12 anni, col primo ciak effettuato nel lontanissimo 2002, con l’ultima ripresa nell’ottobre 2013, girando circa 10 minuti di pellicola ogni anno per 12 anni. Quindi si, gli attori nel film invecchiano realmente senza trucco o effetti digitali, e soprattutto il ragazzino protagonista – ma anche la sorella cinematografica – crescono davanti ai nostri occhi. L’attore, che allora ovviamente non immaginava in cosa si stava per imbarcare, aveva 6 anni all’inizio e alla fine del film ne ha 18. VERI. Ora il punto è un altro: capire che a parte questo esperimento riuscitissimo, pur essendo fondamentale, Boyhoodè un film fantastico a prescindere dalla sua struttura.
Certo, vivere di luce propria sapendo questo è complicato. Moltissimi lo bolleranno come “il film girato in 12 anni”, altri lo paragoneranno troppe volte ad un documentario. Boyhoodperò offre ben altro, su tutto emozioni purissime e fortissime. Non è facile organizzare una ripresa simile, non è per nulla facile dilatare una sceneggiatura in un così vasto arco temporale, soprattutto incerto, non potendo sapere cosa può accadere a anni di distanza al primo ciak. Richard Linklater però ha superato ogni esame e ogni difficoltà, se ma ce ne fossero state. Linklater è un autore con la A maiuscola che ha sempre lavorato con l’unità di tempo. Pensiamo alla trilogia di Before Sunrise –Before Sunset – Before Midnight, in cui ritroviamo la nostra coppia di protagonisti in un punto della loro relazione ogni 9 anni. VERI, anche stavolta. Oppure ricordiamoci i suoi primi lungometraggi, in cui l’azione si svolgeva nell’arco di un giorno, oppure nell’arco di una notte. Linklater lavora col tempo, l’elemento forse più complicato da imbrigliare al cinema, perchè capisce cosa lo scorrere del tempo significa nella vita dell’uomo, e lo vediamo benissimo proprio in Boyhood.
Non è facile realizzare film così profondi e emotivi senza manipolare il pubblico, senza buttare in faccia allo spettatore i sentimenti, senza fare chissà quali complicati ragionamenti e creare chissà quale sequenza magistrale. Con le piccole cose, con i momenti semplici, Linklater ha trovato la chiave giusta. La forza diBoyhood è proprio quella di evitare percorsi troppo spettacolari ottenendo la stessa efficacia emotiva, se non maggiore. Nel film infatti assistiamo alla crescita di un ragazzo, passando soprattutto per il rapporto con i genitori divorziati, attraverso i momenti più semplici e per questo più empatici con gli spettatori. Sono gli anni più importanti, quelli in cui ogni momenti, anche i meno significativi, sono fondamentali nel segnare la formazione di un ragazzo. Nel film però non c’è nessun “big moment” perchè quel conta sono le conseguenze emotive di un momento indimenticabile. Nel film quindi non c’è il primo bacio, non c’è il primo esame superato, non vediamo nemmeno la proclamazione della laurea, ma vediamo il protagonista, la sua famiglia e i suoi amici negli attimi successivi, dopo l’uscita con la prima ragazza, dopo il momento della laurea, momenti che probabilmente in un modo o nell’altro ricordiamo tutti. Ci sono personaggi che arrivano e poi spariscono dalla scena – e questo in altri filmsarebbe un errore narrativo – perchè ovviamente anche noi perdiamo di vista completamente molte delle nostre amicizie dell’infanzia. Altri film avrebbero drammatizzato i momenti importanti, Boyhood invece decide di scavare sulle sensazioni successive, e ricordarci quando da bambini ci portavano a tagliare i capelli e noi non volevamo, cose apparentemente piccole ma fondamentali.
Il film è un racconto sulla crescita molto intimo e veritiero, è un viaggio, per nulla metaforico, nella vita di ognuno di noi. I protagonisti sono persone normali che incontriamo per strada, o potemmo essere noi: facciamo tante cose e ci sembra che il tempo non passi mai, non ci accorgiamo che tutto cambia sotto i nostri occhi, eBoyhood queste cose le cattura magicamente. E paradossalmente, il film è destinato più agli adulti che non ai ragazzi, perchè sono gli adulti, soprattutto i genitori, a cogliere di più il mutamento delle situazioni quotidiane, a ricordare gli eventi essenziali, ad avere visto i propri figli diventare adolescenti quando solo il giorno prima erano bambini. Linklater non è certo un mago, ma un uomo che ha capito la potenza vera del cinema. Scorrendo la sua carriera ci accorgiamo di quanti film cult ci ha regalato, e questo non perchè abbia scoperto il senso della vita, ma semplicemente perchè ha capito come raccontare la vita attraverso il cinema. Certo, l’esperienza di vedere un attore crescere davanti ai nostri è gratificante – anche se per altri può risultare addirittura spaventosa – ma come detto Boyhood è soprattutto un film intriso di energia e amore per la vita, un’esperienza che ti prende per mano e ti accompagna lungo un percorso che tutti noi ogni giorno compiamo, un mosaico fatto di tanti piccoli tasselli, molti dei quali ancora deve essere trovati in quel viaggio incredibile che è la vita.


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